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| Cuneese

Il Cappone di Morozzo guarda al futuro

Oltre 4.300 capponi allevati, una giovane donna che ha scelto di imparare un mestiere antico e una collaborazione sempre più stretta con la scuola agraria di Fossano. A due mesi dalla Fiera nazionale, il presidente del Consorzio di tutela, Moshé David, racconta un’annata positiva, ma soprattutto la sfida di custodire una tradizione che rischia di scomparire. «Non alleviamo il cappone che si trova al supermercato. La nostra missione è proteggere una razza unica».

Presidente David, come sta andando la produzione?

«Il bilancio è positivo. Abbiamo superato i 4.300 capponi, un risultato importante, anche se quest’anno abbiamo dovuto affrontare il pensionamento di un’allevatrice che rappresentava un punto di riferimento per il Consorzio. Stiamo lavorando per assegnare tre posti che si sono liberati, cercando nuove disponibilità anche tra i familiari dei soci, in modo da non perdere quella produzione. Il nostro obiettivo non è soltanto mantenere i numeri, ma garantire continuità a un’attività che richiede esperienza, passione e sacrificio».

E proprio sul ricambio generazionale arriva una bella notizia: una giovane allevatrice ha scelto Morozzo per imparare questo mestiere.

«È una delle cose che ci fanno più piacere. Una ragazza originaria delle Valli di Lanzo si è trasferita a Morozzo e ha imparato da sola a capponare. È un segnale importante, anche perché storicamente erano soprattutto le donne a occuparsi di questa lavorazione. Ci piacerebbe che altre seguissero il suo esempio. Dobbiamo però essere realisti: con 200 animali non si mantiene un’azienda agricola. L’allevamento del cappone rappresenta un’integrazione ad altre produzioni, ma è un’attività di grande valore per tutto il territorio provinciale».

Un altro investimento sul futuro passa dalla scuola agraria di Fossano. Come?

«La collaborazione sta andando molto bene. Vogliamo coinvolgere sempre di più gli studenti e trasmettere loro le conoscenze necessarie per continuare questa tradizione. Abbiamo ampliato la nostra zona di riferimento anche a Fossano e, d’accordo con la scuola, stiamo lavorando per arrivare ad allevare al suo interno i riproduttori durante l’inverno. L’obiettivo è realizzare un ciclo chiuso, nel quale i ragazzi possano seguire direttamente la produzione dei propri capponi. Per il momento gli animali vengono forniti da un nostro socio, ma vogliamo fare un passo ulteriore. È fondamentale che i giovani conoscano questa realtà e imparino un mestiere che rischia di andare perduto».

Perché il riconoscimento della razza autoctona è così importante?

«È un traguardo al quale teniamo moltissimo. Dopo un dossier molto complesso, realizzato anche grazie all’intervento del Distretto di Agraria di Grugliasco, abbiamo ottenuto il riconoscimento della Nostrana di Morozzo come quarta razza autoctona del Piemonte. Il cappone è il simbolo della nostra attività, ma alla base di tutto c’è la razza che alleviamo. Senza quella, perderemmo la nostra identità».

La biodiversità è quindi il cuore della vostra missione?

«Assolutamente sì. Stiamo vivendo un momento nel quale la biodiversità sta scomparendo. Abbiamo già perso quasi tutte le razze autoctone e noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di conservarne almeno una parte. Proteggere la Nostrana di Morozzo è la missione principale del Consorzio».

Anche il sistema di allevamento contribuisce a preservare questa unicità?

«Certamente. Lavoriamo con un circuito chiuso: non acquistiamo animali dall’esterno, ma abbiamo allevatori che si occupano direttamente dell’incubazione. Il Consorzio sostiene i costi delle vaccinazioni e può contare su un veterinario che segue la tracciabilità e l’assistenza sanitaria. È un’organizzazione strutturata, che ci permette di controllare la filiera e mantenere le caratteristiche della nostra produzione. Possiamo inoltre contare sul contributo di soci esperti, che ci hanno aiutato sia nella preparazione del dossier per il riconoscimento sia nel miglioramento delle pratiche di allevamento».

Il Cappone di Morozzo è anche un nome storico nel mondo Slow Food. Quanto conta oggi questa identità?

«Conta moltissimo. Il nostro è stato il primo Presidio Slow Food al mondo, nato nel 1999. Siamo quindi una realtà storica e cerchiamo di essere sempre presenti agli appuntamenti più importanti. Quest’anno abbiamo partecipato a Terra Madre, che per noi è stata una vetrina straordinaria. Abbiamo incontrato tante persone e raccolto numerosi contatti. Per l’occasione abbiamo anche anticipato la produzione dei nostri plin, che normalmente prepariamo soltanto in prossimità del Natale. Volevamo portare a Torino qualcosa che raccontasse concretamente il nostro lavoro».