L’invito del vescovo Miragoli: “Sentiamoci tutti chiamati”

Ad officiare la celebrazione solenne all’interno della Basilica all’arrivo della processione da Mondovì Piazza, martedì 8 settembre, era presente come sempre il vescovo, mons. Egidio Miragoli. Di seguito alcuni passaggi della sua articolata omelia.
“Senza la consapevolezza che la vita è dono di Dio, e la fede ricevuta è una grazia inestimabile che dà alla vita il suo vero senso, anche questa bella tradizione che in più giorni unisce spiritualità, festa, relazione, incontro, sarebbe gradualmente destinata a finire, a spegnersi, come tante altre espressioni nate affondando le radici nel cristianesimo e che del cristianesimo credono a un certo punto di poter fare a meno.
Vocazione: una parola che rimanda alla sorgente
Dato il tema della novena di quest’anno, avrete intuito che mi ha colpito per la presenza della parola “vocazione”. Spesso si intende con un senso del tutto laico, come qualcosa di completamente umano, solo un poco più forte di “inclinazione”. Ma per noi, qui, popolo e Chiesa di Dio, parlare di “vocazione”, vuol dire qualcosa di profondamente diverso, semplicemente perché chiama in causa Dio e l’etimologia stessa del termine, cioè il verbo latino vocare, che significava “chiamare”. Detto diversamente: la “vocazione” rimanda alla sorgente, a Colui che prende l’iniziativa dentro l’esistenza umana. Mette l’accento sull’iniziativa di Dio che entra nell’esistenza dell’uomo per coinvolgerlo in una “missione”.
Tutti noi, indistintamente, siamo dei chiamati da Dio. Anzitutto, alla vita. Poi, allo specifico nostro modo migliore per viverla. Intendo dire che non sono dei “chiamati” soltanto i sacerdoti o le suore o i frati, ma lo sono, e dovrebbero sentirsi tali, anche gli sposi, anche le persone che scelgono di rimanere sole […].
Cambia totalmente lo sguardo su noi stessi e sui nostri giorni, a seconda che ci sentiamo dei “chiamati” o no. Un conto è sentirsi del tutto padroni di se stessi, e in diritto di procedere autonomamente, magari a tentoni, infinitamente pasticciando con le proprie potenzialità, disegnando percorsi di vita magari anche in buona fede, ma confusi e contraddittori. Un altro, completamente diverso, è porsi di fronte a Dio come sue creature e dirgli: “Grazie del dono della vita. Ora, aiutami a capire come, secondo le mie caratteristiche più profonde, tu vuoi che io ne faccia uso. A che cosa, cioè, tu mi chiami sul grande scenario del mondo, qual è il mio posto e qual è la mia funzione perché anch’io contribuisca a renderlo migliore secondo il Vangelo”.
La vocazione: avere coscienza di un dono per la comunità
La questione non è solo personale, non riguarda ciascun singolo in sé e per sé. Sentirsi “chiamati” significa anche porsi seriamente il problema del proprio posto all’interno del mondo, cioè che cosa noi dobbiamo e possiamo fare dentro la collettività e dentro la storia.
Sentirci “chiamati”, perciò, significa non solo avere una considerazione particolare della nostra esistenza individuale, ma anche ritenersi parte di un disegno di Dio che concerne tutto il suo popolo in una dimensione diacronica, cioè dentro il succedersi delle generazioni.
Chiudo richiamando il titolo dato a questa novena (e che farà da sfondo all’intero anno pastorale), cioè quell’“Eccomi, manda me” che riassume perfettamente l’atteggiamento che ci è richiesto: la capacità di rispondere, di cogliere un’urgenza e farla nostra, di offrirci per un disegno che magari non è il nostro ma che ha un autore ben altrimenti autorevole rispetto a noi stessi.
Certo, si tratta di un radicale cambiamento di prospettiva, di sguardo sul senso stesso delle nostre vite. Un cambiamento che auguro a ciascuno di noi, perché quello è certamente il cuore di ogni vera conversione e di ogni vera realizzazione”.










