Salute, Biolè: «Perché i cibi ultra-processati no, carne e vino sì?»

Da Clavesana riceviamo e pubblichiamo una lettera di Fabrizio Biolè, ex consigliere regionale del Movimento 5 Stelle ed ex sindaco di Gaiola, che torna a intervenire su un tema già affrontato in altre occasioni: il rapporto tra salute, alimentazione e interessi delle filiere agricole. Questa volta lo spunto è il recente intervento di Coldiretti Piemonte contro la mancata esclusione dei cibi ultra-processati dagli appalti per le mense pubbliche. Biolè riconosce la battaglia contro gli alimenti ultra-processati, ma mette in discussione quella che considera una contraddizione rispetto alla promozione di carne e vino, sostenendo che anche su questi prodotti esistano evidenze scientifiche relative ai rischi per la salute.
Di seguito pubblichiamo integralmente la lettera, lasciando all’autore la responsabilità delle valutazioni e delle affermazioni contenute nel testo.
«Con la presente desidero sottoporre all’attenzione dei lettori e dell’opinione pubblica un’evidente (per chi la vuole vedere) contraddizione che emerge da recenti - e meno recenti - posizioni pubbliche di Coldiretti Piemonte. Nel comunicato del 10 settembre 2026 l’organizzazione attacca giustamente con veemenza la Commissione europea per non aver vietato i cibi ultra-processati nelle mense scolastiche e negli appalti pubblici, accusandola di piegare la salute dei cittadini – a partire dai bambini – agli interessi delle multinazionali. Un’iniziativa che, in sé, merita sinceramente plauso, attenzione e condivisione. Tuttavia, è perfettamente evidente che la stessa organizzazione conduce da anni, in maniera pervasiva, campagne “aggressive” e strutturali a favore del consumo di carne di razza piemontese (“Piacere, la Piemontese”) e di vino, presentandoli come eccellenze da promuovere nelle mense, nei ristoranti e tra i consumatori. E fin qui tutto bene. Se non che: sembra dimenticarsi da sempre che si tratta comunque anche qui di prodotti per i quali esistono evidenze scientifiche consolidate di rischio per la salute. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) dell’OMS ha classificato la carne processata nel Gruppo 1 (cancerogena per l’uomo) e la carne rossa nel Gruppo 2A (probabilmente cancerogena), con particolare riferimento al tumore del colon-retto (Bouvard et al., The Lancet Oncology, 2015). Analogamente, l’etanolo presente in tutte le bevande alcoliche, vino compreso, è classificato come cancerogeno certo (Gruppo 1). Infatti secondo la Fondazione Umberto Veronesi e le principali organizzazioni sanitarie internazionali, non esiste una quantità di alcol completamente sicura: il rischio di tumore aumenta già a bassi livelli di consumo e cresce con quantità e frequenza. Posto che ciascuno di noi, compreso il sottoscritto, può scegliere consapevolmente di quali cibi e bevande fare uso proprio o per i propri figli, banalmente valutando l’equilibrio ragionevole tra salute e gusto, mi pare prossimo all’ipocrisia invocare la “filiera corta” o la “qualità locale” tout court per azzerare i rischi legati al tipo di alimento e alle modalità di produzione. Oltre ai già citati studi scientifici sui potenziali danni alla salute: allevamenti intensivi, idrovore monocolture di mais destinate ai mangimi, uso massiccio di pesticidi e, secondo quanto riportato da diverse inchieste giudiziarie e giornalistiche, fenomeni di sfruttamento del lavoro nella viticoltura piemontese sono altri aspetti che, a mio avviso, un’organizzazione che si presenta come difensore della salute dei cittadini non può né dovrebbe mai mettere tra parentesi. Intendiamoci: ogni cittadino ha il dovere di informarsi e di scegliere con consapevolezza ciò che consuma, soprattutto pensando alle generazioni future. Ma ritengo che non per questo un soggetto potente e radicato come Coldiretti non dovrebbe esercitare un’onestà intellettuale un po’ più marcata. È coerente indossare i panni del difensore della salute pubblica contro gli ultra-processati e, allo stesso tempo, promuovere con determinazione prodotti su cui la scienza ha espresso valutazioni di rischio chiare, minimizzando (o contestando) le evidenze quando queste toccano interessi di filiera? Questa la mia opinione: la salute pubblica non dovrebbe mai essere piegata né agli interessi delle multinazionali né a quelli delle filiere locali, per quanto storiche e identitarie».










