Biolè: «Plasma buttato e primo soccorso senza fondi non sono episodi isolati»

Da Clavesana riceviamo una lettera di Fabrizio Biolè, ex consigliere regionale del Movimento 5 Stelle ed ex sindaco di Gaiola, che parte da due vicende di stretta attualità in ambito sanitario: il caso delle sacche di plasma non utilizzate nelle Marche e il disegno di legge sul primo soccorso, noto come “legge Bove”. Biolè mette in relazione i due episodi per aprire una riflessione sulle risorse destinate alla sanità, alla prevenzione e alla formazione dei cittadini. Di seguito pubblichiamo integralmente la sua lettera.
“Scrivo per parlare di due fatti che, pur diversi, raccontano con chiarezza le priorità con cui vengono gestite le risorse pubbliche in Italia in ambito sanitario. Il primo riguarda lo scandalo del plasma nelle Marche. Secondo quanto documentato da diverse inchieste giornalistiche, centinaia di sacche di plasma – fino a quasi sei quintali secondo alcune ricostruzioni – sono state smaltite perché non processate entro le 24 ore dal prelievo. La causa indicata è la carenza di personale tecnico nell’officina trasfusionale di Ancona. Centinaia di donatori volontari hanno donato tempo e sangue nella convinzione di salvare vite; invece quel gesto è stato vanificato da un’organizzazione insufficiente. Vale la pena ricordare a cosa serve il plasma che viene donato. Non è solo un liquido giallo: è la materia prima da cui si ricavano farmaci salvavita detti plasmaderivati. Tra i principali ci sono le immunoglobuline, essenziali per i pazienti con immunodeficienze primitive (oltre 250 patologie) e per diverse neuropatie invalidanti; l’albumina, utilizzata in caso di gravi carenze proteiche; i fattori della coagulazione (VIII, IX e altri), indispensabili per chi soffre di emofilia; l’antitrombina e altri farmaci altrettanto preziosi. Questi medicinali tornano al Servizio sanitario nazionale senza costi aggiuntivi per i pazienti. Senza di essi, molte persone non potrebbero vivere una vita normale. L’Italia, però, non è ancora autosufficiente: per raggiungerla servirebbero almeno 18 kg di plasma ogni mille abitanti, mentre la media nazionale si attesta intorno ai 14 kg. Ogni sacca buttata è quindi un doppio danno: etico e sanitario. La carenza di personale non è certo un problema solo marchigiano. La stessa criticità è presente in molte regioni, anche nella nostra. Per questo motivo è stata depositata dalla consigliera Giulia Marro un’interrogazione alla Giunta regionale del Piemonte che chiede proprio se episodi analoghi si siano verificati o possano verificarsi anche sul nostro territorio, e quali strumenti siano stati adottati per prevenirli. L’interrogazione, a oggi, risulta ancora senza risposta.
Il secondo fatto sul quale mi permetto di soffermarmi è il disegno di legge sul primo soccorso noto come “legge Bove”. Esso nasce dall’esperienza di Edoardo Bove, calciatore salvato da un arresto cardiaco in campo grazie all’intervento tempestivo dei sanitari. Il provvedimento mira a estendere l’insegnamento delle manovre salvavita, dalla rianimazione cardiopolmonare all’uso del defibrillatore, nelle scuole e in altri contesti formativi. I numeri italiani sono drammatici: solo nel 16% dei casi la popolazione interviene con manovre di rianimazione cardiopolmonare; solo il 20% sa usare un defibrillatore semiautomatico esterno; il 74% degli adulti non ha mai frequentato un corso di primo soccorso. Ogni anno si registrano circa 60.000 arresti cardiaci extraospedalieri, con una sopravvivenza che si aggira intorno al 9%. Nei Paesi in cui si è investito seriamente nella formazione della popolazione, quella percentuale sale fino al 50-70%. Eppure il disegno di legge è fermo da mesi: servirebbero circa 5 milioni di euro di copertura.
Nel frattempo l’Italia destina alla difesa, secondo i dati Nato, oltre 45 miliardi di euro, di cui più di 13 miliardi solo per l’acquisto di armamenti. Cinque milioni rappresentano lo 0,01% di quella cifra. Credo sia oggi più che mai necessario interrogarci su cosa sia davvero prioritario quando si parla di salvare vite umane. Queste due storie – plasma buttato e primo soccorso senza fondi – non sono episodi isolati. Sono il termometro di un sistema che fatica a riconoscere il valore del gesto solidale e della prevenzione.
Nessuno di noi, da solo, può risolvere problemi strutturali di questa portata. Ma ciascuno può dare un contributo concreto e gratuito. Io, nel mio piccolo, sono sia donatore di plasma - e ho donato lunedì 17 agosto prima di andare in ferie -, sia orgogliosamente in possesso dell’attestato per l’uso del defibrillatore. Chi legge queste righe potrebbe fare lo stesso: informarsi presso le associazioni di donatori, prenotare una donazione di plasma, frequentare un corso di primo soccorso. Non costa nulla e può fare la differenza tra la vita e la morte di qualcuno. Credo sia una scelta di civiltà. E di priorità. Cordiali saluti”.
Fabrizio Biolè










