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Niella: premiate le storie di cani vincitrici del concorso “Il miglior amico di San Rocco”

PROVINCIA GRANDA - La premiazione del concorso "Il miglior amico di San Rocco"

Domenica 16 agosto Niella Tanaro ha celebrato la festa di San Rocco. Dopo la Santa Messa (in cui è stato ricordato lo storico presidente dell’associazione San Rocco NT Sebastiano Bellomo, recentemente scomparso) e la benedizione dei pani, realizzati con e senza nigella e distribuiti dall’associazione in collaborazione con Nigella odv, la giornata è proseguita con la musica dei “Deep Vibes Duo” al giardino degli ippocastani. Particolarmente toccante l’esecuzione del canto dei panettieri niellesi emigrati in Costa Azzurra, “Ceux de la Niella”, composto addirittura nel 1933 e arrangiato dal maestro Enrico Mondino, con l’accompagnamento della fisarmonica.

Canto Cuex dela Niella

La festa ha permesso anche di raccogliere offerte a favore degli interventi di recupero dell’antica cappella di San Rocco, lungo la Fondovalle Tanaro. A settembre verranno effettuati alcuni sondaggi sotto la supervisione di un archeologo, per comprendere gli interventi necessari e prioritari per la manutenzione dell’edificio. Spazio, quindi, alla premiazione dei vincitori del concorso “Il miglior amico di San Rocco”, giunto alla seconda edizione. La credenza popolare racconta che il santo, ammalatosi di peste, venne isolato in una grotta e fu salvato proprio da un cane, che ogni giorno andava a portargli il pane.

Il concorso è stato organizzato dall’associazione San Rocco, in collaborazione con il Comune di Niella Tanaro, con il supporto del CSV, del Canile Rifugio 281 di San Michele Mondovì e dei veterinari Massimo Gula e Gabriella Capra. A comporre la giuria erano il consigliere comunale Luca Fenoglio, Estelo Anghilante per il Canile Rifugio 281 di San Michele Mondovì e Luciana Acheronte per l’associazione San Rocco N.T. Ad aggiudicarsi i primi tre posti sono stati “Noce”, della torinese Annalisa Rosso, “Pluie” di Cristiana Moro (Avigliana) e “Suiru” della monregalese Daniela Barale.

Il pomeriggio si è concluso con la “pizza sinoira” consegnata dalla pizzeria “Bella Niella”. Gli organizzatori ringraziano il sindaco Mina per la sua presenza, il professor Gianluigi Beccaria, i soci presenti, Adriano Ricolfi che con la sua macchina fotografica tiene traccia delle varie attività proposte e Marta Anselmo che ha curato i manifesti. Un grande grazie, infine, alle panetterie “Farina del mio sacco” di Vicoforte e “Doppio zero” di Frabosa Sottana che hanno, generosamente, offerto i pani che sono stati poi benedetti e distribuiti e a chi, in tanti modi, ha partecipato.

Il vincitore, “Noce”: «Io gli ho dato una casa,

lui mi ha restituito il desiderio di uscire dalla mia»

primo class san rocco

Mi chiamo Annalisa, ma da ventinove anni sono diventata nonna Mimì. Non soltanto per mio nipote. A una certa età il titolo di nonna si allarga con una generosità quasi monarchica: comprende gli amici di famiglia, gli amici della figlia e talvolta persino persone incontrate alla fermata dell’autobus. Ho superato i settant’anni e ho avuto cani per quasi tutta la vita. Alcune persone ricordano il proprio passato attraverso gli abiti che indossavano o le case in cui hanno vissuto. Io lo ricordo attraverso i cani che mi hanno accompagnata: Lila, Furfu, Bella, Alain, ma anche Lara, Aida e il vecchio Dub.

Di ognuno conservo un rumore di zampe, un modo particolare di guardarmi, un punto della casa in cui amavano dormire. Non si possiede mai veramente un cane. Al massimo si ha il privilegio di essere, per qualche tempo, il centro del suo mondo. Quando morì la mia ultima compagna pelosa, decisi che non ne avrei avuti altri.

Lo dissi con grande fermezza, come si pronunciano tutte le decisioni destinate prima o poi a essere smentite. Avevo molte ragioni. L’età, gli impegni, la responsabilità, il timore che un cane potesse essere un impegno che non volevo prendermi, un compagno umano con quattro gatti. Ma la ragione più importante era anche quella che nominavo meno: non volevo soffrire ancora. Continuai a vivere. Avevo una figlia, un nipote, gli amici, una vita di coppia, una mamma allettata, le commissioni e tutte quelle piccole occupazioni con cui riempiamo le giornate per evitare che siano le giornate a interrogare noi.

Eppure mi mancava qualcosa. Non precisamente un cane, dicevo. Mi mancava forse una presenza. Uno sguardo che seguisse i miei movimenti in cucina. Qualcuno che considerasse una passeggiata con me il più importante avvenimento della giornata. A settant’anni si scopre che la solitudine non consiste sempre nel non avere persone intorno. A volte consiste nel non avere nessuno che si accorga che hai aperto una scatola di biscotti dalla stanza accanto. Ma io non cercavo un cane. Fu il cane a occuparsi della faccenda.

Si chiamava Noce ed era un piccolo vagabondo conosciuto in tutto il territorio di Villanova Mondovì. Da almeno sei anni percorreva quelle strade come se ne fosse il sindaco, il custode e, all’occorrenza, il principale oppositore. Tutti sapevano chi fosse. C’era chi gli lasciava da mangiare, chi lo salutava passando e chi raccontava di averlo visto apparire in luoghi lontanissimi tra loro nella stessa giornata. Noce non apparteneva a nessuno, e proprio per questo sembrava appartenere un poco a tutti.

Era già maturo, sebbene nessuno sapesse dire quanto. Aveva una zampa lesionata, probabilmente a causa di un vecchio incidente. Camminava con una lieve irregolarità, ma con una dignità tale da far sembrare difettoso il passo di tutti gli altri. Aveva il corpo segnato dalla vita all’aperto e il carattere di chi non ha mai domandato il permesso per esistere. Poi, per uno di quegli accidenti che gli uomini chiamano caso quando non sanno come spiegare il destino, Noce finì in canile. Fu durante un evento che ci incontrammo.

Non posso dire che mi corse incontro. Noce non era il genere di cane disposto a correre incontro a qualcuno soltanto per compiacerlo. Mi osservò a lungo, con l’aria di chi sta esaminando una candidata per una posizione di grande responsabilità. Poi venne vicino. Mi annusò le mani, guardò il mio volto e si mise semplicemente al mio fianco. Fu un gesto semplice. Ma le cose più importanti della vita hanno spesso il cattivo gusto di presentarsi senza alcuna solennità. Io non scelsi Noce. Noce espresse la sua preferenza e io ebbi il buon senso di accettarla. Così il vagabondo delle vallate venne a vivere con me in un appartamento di Torino.

Non conosceva la città. Non sapeva nulla di ascensori, portoni, marciapiedi o semafori. Considerava le porte automatiche un’invenzione sospetta e i tram enormi animali metallici privi di qualunque educazione. Sono bastati pochi giorni di studio e analisi davanti a queste novità. Non era paura. Noce non aveva paura quasi di nulla. Era la prudenza di chi, essendo sopravvissuto da solo per tanti anni, riteneva opportuno non fidarsi immediatamente delle invenzioni umane.

Gli uomini, del resto, sono molto orgogliosi delle proprie città, benché abbiano costruito luoghi nei quali un cane non può attraversare la strada quando vuole. Noce imparò. Imparò il rumore del traffico, le passeggiate al guinzaglio. Imparò che nei bar si riceve il prosciutto e imparò a viaggiare in auto e anche a prendere il treno. Si adattò alla vita familiare con sorprendente naturalezza.

Lo fece per una ragione molto semplice: desiderava stare con me. Da parte mia, cominciai a organizzare ogni cosa tenendo conto di lui. È così che ci si accorge di essere diventati una famiglia: quando le decisioni non si prendono più al singolare. Noce veniva con me dappertutto. Viaggiavamo in automobile e in treno. Attraversavamo stazioni, salivamo su vagoni, aspettavamo coincidenze. Lui si sistemava sul sedile accanto e osservava i passeggeri con una certa severità, come se fosse stato incaricato di verificare che tutti avessero un biglietto valido. Mi accompagnava a fare commissioni, a trovare gli amici e persino dal dentista. Rimaneva ad aspettarmi, paziente e composto. Credo fosse convinto che il dentista fosse una specie di veterinario per esseri umani, un mestiere che probabilmente giudicava inutile ma rispettabile.

Quando tornavamo nella casa di campagna, però, Noce cambiava. Riconosceva l’odore delle vallate prima ancora che arrivassimo. Si raddrizzava sul sedile, il muso rivolto al finestrino. Appena sceso, ritrovava i sentieri, l’erba, il vento e quella parte di sé che la città aveva educato senza riuscire a cancellare. Riprendeva a camminare come il vecchio vagabondo di un tempo. Ma adesso si voltava. Dopo pochi passi controllava che io fossi dietro di lui. Questo, forse, è l’amore: essere liberi di andare e scegliere continuamente di tornare. Noce è anche un gran chiacchierone. Non gli occorrono le parole. Ha un suono per la fame, uno per la passeggiata, uno per la noia e almeno tre sospiri diversi per manifestare il proprio disappunto. Io gli racconto le mie giornate. Lui mi risponde muovendo le orecchie, voltando il muso o poggiando una zampa sul mio piede o sgambettando a pancia in su.

Non siamo sempre d’accordo. Ma un’amicizia priva di divergenze sarebbe insopportabilmente simile a un contratto. Da quando c’è Noce, le mie giornate hanno ritrovato un ritmo. Prima potevo restare in casa perché pioveva, perché faceva freddo o perché non avevo voglia di uscire. Ora c’è lui. Ogni mattina mi aspetta e non lo fa in silenzio. Mi guarda come se la luce del giorno dipendesse esclusivamente dalla mia decisione di alzarmi dal letto. Così mi alzo. Apro le finestre, preparo la colazione e usciamo. Lui annusa i muri e gli alberi. Io saluto le persone. Lui segue tracce invisibili. Io torno ad accorgermi delle stagioni. Grazie a Noce ho ricominciato ad avere qualcuno a cui dire: «Andiamo». È una parola piccola, ma è tutto. La sera arriva il momento delle medicine. Io prendo la mia pastiglia per il colesterolo e Noce prende quella per il cuore. Le metto sul tavolo una accanto all’altra. È il nostro brindisi alla salute, benché manchi lo champagne e nessuno di noi due sembri particolarmente contrariato.

Poi ci sistemiamo vicini. Dormiamo insieme, mangiamo insieme, passeggiamo insieme. Condividiamo la parte straordinaria dell’esistenza, che non è fatta soprattutto di grandi avventure, ma della ripetizione quotidiana di piccoli gesti compiuti con qualcuno che amiamo. Spesso mi dicono che ho salvato Noce. È una frase gentile, ma inesatta. Io gli ho dato una casa. Lui mi ha restituito il desiderio di uscire dalla mia.

Io gli ho offerto una cuccia, del cibo e una famiglia. Lui mi ha offerto il mattino, le passeggiate, le vallate e quello sguardo che mi aspetta anche quando mi allontano soltanto per pochi minuti. Procediamo entrambi un po’ più lentamente di un tempo. Ma camminiamo insieme. E quando si ha accanto l’amico giusto, non importa più quanto lunga sia la strada, né quanto tempo occorra per percorrerla”.