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| Monregalese

Grazie “Suiru”, mi hai salvato la vita

Foto di repertorio

Ecco l’ultima storia delle tre vincitrici al concorso “Il miglior amico di San Rocco”. È quella di Suiru, raccontata dalla monregalese Daniela Barale. La pubblichiamo, di seguito: “Entro nella cucina di nonna portando tra le braccia un cosetto peloso dal colore indefinibile. Lei si gira, getta uno sguardo e se ne esce con “E’ mac un suirù” (in dialetto “E’ solo un bastardino”). E Suiru fu battezzato. Mi è capitato tra i piedi così per caso.

D’estate riesco a vivere le vacanze in campagna con cugini, zii, nonna e parentado vario. Quando la canicola molla si esce per godere il freschetto sotto gli alberi. Quella sera avevo desiderio di sgranchirmi le gambe e mi sono portata lontano verso il fiume. Seduta contro un faggio ho ripreso fiato. Tolta la maglia zuppa di sudore ho esagerato il lancio ed è finita oltre la siepe producendo un suono particolare. Seguendo il rumore l’ho trovata a coprire uno scatolone lerciо. Aiutata da un ramo per effettuare il recupero, come avessi tolto un coperchio, mi sono apparsi due occhioni scuri ed è stato un colpo di fulmine. Suiru è un tipetto simpatico che sa farsi amare, tranne da nonna che non lo considera. Forse presagisce che quando tornerò alla metropoli sarà lei a prendersene cura. Nessuno si è ancora pronunciato, ma tutti lo pensano.

Non può entrare in casa, la cuccia si trova sul balcone. Il pelosetto ci segue ovunque andiamo. Ha imparato le regole: non corre più dietro alle galline, basta abbaiare al postino, i bisogni li deposita nel prato lontano dall’ingresso, gioca con l’acqua del lavatoio e lascia le sue ciotole pulite. È poco proporzionato: zampe lunghe e magre, coda quasi inesistente, muso paffuto, pelo ispido, orecchie appuntite. Non si può dire una bellezza. Risulta un aggrovigliarsi di alberi genealogici, potrebbe vantare un pedigree come pura razza Suiru.

Passata l’estate si riparte verso il caos cittadino, con le valigie piene e il cuore vuoto. La nonna mi abbraccia stretta stretta. Lo sguardo è birichino anche se prova ad essere severo per il peso che le ho lasciato. Arrivata in aeroporto, sono in anticipo, metto occhio alle foto estive. Scopro piacevolmente che in alcune si nota la vegliarda in atteggiamento benevolo verso la bestiola. Quando chiamo nonna lei spende poche parole per Suiru mentre indugia sugli aggiornamenti dei piccoli fatti successi nel paese. Con il passare del tempo il mio cielo diventa sempre più grigio e la nebbia si impossessa degli spazi. A volte basta immergermi nei ricordi verdi e profumati della casa di campagna per trovare ossigeno.

Un venerdì di aprile verso le 7 un trillo insistente mi distoglie dalla doccia. È Maria, una cugina alla lontana di nonna. Trafelata, con un filo di voce, mi comunica che stanno portando nonna in ospedale. “Presa per i capelli, salvata per miracolo” dice. Poi mi borbotta che qualcuno l’ha trovata caduta sul balcone, ha lanciato l’allarme raccolto dai vicini che sono accorsi e hanno chiamato l’ambulanza. Riusciamo a contattare i medici che ci rassicurano: “Arresto cardiaco. Ora sta meglio, ha una fibra forte e se la caverà. Continua però a chiedere di un certo Suiru. Dice che lo deve ringraziare”.

L’estate è tornata, la vecchietta si è ripresa alla grande. Stasera festa importante nell’aria: ci sono luci, musica, buoni amici, famiglia vicina, ottimo cibo e fresche bevande. Nella foto che immortala nonna al soffio delle 80 candeline, indovinate chi c’era tra le sue braccia? Ora le dorme ai piedi nel lettone. È diventato la sua ombra. Lei sembra ringiovanita. Grazie Suiru!”