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title: 'Referendum sulla riforma della giustizia, si vota il 22 e 23 marzo'
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Il Consiglio dei ministri ha fissato la data per il referendum costituzionale chiamato a confermare la riforma della giustizia proposta dal ministro Nordio. I cittadini andranno alle urne il 22 e 23 marzo. Il testo era stato approvato in Parlamento a fine ottobre ma senza raggiungere la soglia dei 2/3, motivo per cui per essere confermato deve passare il vaglio popolare. Lo prevede l’articolo 138 della Costituzione: trattandosi di referendum costituzionale non richiede il raggiungimento del quorum come quello abrogativo. Ergo: vincerà la fazione che otterrà un singolo voto valido in più.

I sostenitori del “sì” (tutta la maggioranza di Governo oltre ad Azione e +Europa) sostengono la necessità della divisione delle carriere dei magistrati. Chi entrerà in magistratura dovrà decidere fin da subito se occuparsi della funzione requirente (sostenendo l’accusa in qualità di pubblico ministero) o di quella giudicante (come giudice terzo e imparziale). Oggi questo cambio, dopo la riforma Cartabia, è consentito solo una volta per ogni magistrato e solo nei primi 10 anni di carriera: a chiederlo è stato circa l’1% delle toghe. La legge voluta da Nordio prevede anche l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura separati, con i membri estratti per sorteggio, per limitare il peso delle correnti.

Questi si occuperebbero di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e conferimenti di funzioni. Non più dell’azione disciplinare, che verrebbe affidata ad un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 membri, di cui tre nominati dal presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco fornito dal Parlamento e i restanti selezionati tra magistrati con almeno un ventennio di esperienza.

Sul fronte del “No” si posizionano il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. I due comitati si stanno costituendo per organizzare dibattiti, confronti e approfondimenti. La campagna elettorale piuttosto breve potrebbe incidere sul risultato finale. Per questo i promotori della raccolta firme per il no (che avrebbero preferito votare ad aprile ed avere più tempo) hanno depositato un ricorso al Tar del Lazio e scritto al Presidente Mattarella per lamentare il fatto che non si siano attesi i tre mesi dalla pubblicazione del testo sulla Gazzetta Ufficiale. Meloni ha preferito accelerare, senza aspettare il 30 gennaio, violando quello che non è un vero obbligo di legge ma una prassi consolidata negli ultimi 25 anni. Basterà questo per cambiare le date fissate dal Governo?

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Scritto da Redazione

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Pubblicato: 14 Gennaio 2026

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