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2019-07-06
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Forza don Pietro:

buona musica a tutti

Sarà che abbiamo invitato, mercoledì sera (3 luglio), alla prima dei “Doi pass 2019”in cui la band “Note & News”, in piazza don Moizo, nel cuore di Breo, ha suonato per i 150 anni di attività di “Provincia granda”. Sarà perchè in quell’occasione ci è piaciuto regalare alla città due ore di spensieratezza, divertimento e musica, o sarà perchè la musica fa parte, da sempre, delle nostre vite. Fatto sta che la “sparata”di don Pietro Cesena, parroco di un piccolo paese del Piacentino, durante la sua omelia, la condivido in pieno e, perciò, la riprendo in questo piccolo spazio di opinione. Parliamo del pastore di anime di Borgotrebbia che, dopo l’omelia della scorsa domenica, è diventato per tutti il “prete anti-rapper”. Durante la celebrazione, senza mezze misure, ha descritto questi cantanti come “stronzi” (sdoganando la parolaccia in chiesa) perché esprimono insofferenza nei confronti della vita e perché la loro musica “fa male ai ragazzi”. E ha aggiunto: “L’ho già detto in omelia e lo ribadisco: se ne incontro uno lo picchio, poi mi picchia lui, ma io mi ci butto dentro perché non è possibile che i nostri ragazzi ascoltino da questi stronzi che ciò che vale è solo la carriera, i soldi, il sesso, la droga”. Non condividiamo l’espressione usata da un pulpito perchè a sua volta diseducativa, quindi di questo ci permettiamo di fare ammenda al sacerdote, ma sui contenuti, su ciò che voleva dire, su queste colonne mi sono già espresso, alcuni mesi fa, e siamo sulla stessa linea. Provocatoriamente avevo scritto ai genitori dei ragazzini da 10 anni in su di ascoltare con attenzione i testi degli idoli dei loro figli. In realtà, allora, parlavo di “trapper” e non di rapper e, sinceramente una bella differenza c’è tra “Sfera Ebbasta” e Jovanotti. È probabile che don Pietro si riferisse al genere trap, quando riporta il fatto che i testi esaltano soprattutto canne, hashish, sesso, denaro da fare in fretta perchè nella vita conta soprattutto quello, al diavolo tutto il resto perchè “la vita finisce in niente”. Allora (dicembre 2018) facevo riferimento al fatto che ero cresciuto con una “storia musicale” che certo non disdegnava quelle “esperienze di vita”, ma non ne facevano, allora, una “ragione di vita” come i trapper di oggi. Dopo il bailamme conseguente alle “esternazioni” di don Pietro, martedì mattina ho ascoltato su un network nazionale il ragionamento di un giornalista che intervistava (ed attaccava) il sacerdote in diretta: «Le ricordo, don Pietro, che anche Vasco Rossi è stato criticato per le sue frequentazioni con il mondo delle droghe». Vuoi mettere, però le capacità artistiche e la varietà poetica di uno capace di scrivere un testo come “Sally” o “Gli angeli” rispetto ai “trapper denoantri” che a livello artistico non sono capaci a cantare una scala e a mettere insieme due concetti un po’ più profondi del “fare soldi, ganze e belle auto”? Quando si discute di arte, tutti i gusti non possono essere alla menta e la soggettività entra in gioco. E infatti lo stesso don Pietro precisa: «Non ce l’ho con tutti i rapper, ne conosco anche di piacentini che raccontano ad esempio il disagio delle nostre periferie, ma solo con questi che mandano ai ragazzi messaggi terribili e devianti, che creano prodotti fatti apposta per vendere con i peggio messaggi».

La “trap” o il rap possono piacere o meno, ma  non è questo il tema. I Pink Floyd hanno avuto successo anche perchè cantavano gli effetti dell’Lsd, ma hanno scritto piete miliari della storia della musica. E non si tratta di essere un “passatista”, un nostalgico del “una volta era meglio”. Sono aperto e attento ai nuovi artisti e generi musicali, ma qui si sta parlando di come le giovani menti dei nostri ragazzi possono essere influenzate nel leggere una realtà contraddittoria che, di solito, risulta difficile da decifrare per tante ragioni. Non mi ritengo certo “un bacchettone”, ma dobbiamo vigilare su cervelli plasmabili come quelle dei nostri figli. Il ruolo dei genitori è anche questo: essere il loro filtro e il loro sguardo sul mondo da interpretare, lasciandoli liberi di scegliere. Poi, se ce la facciamo davvero… questo è un altro discorso.

Concludo riportando le parole, dette in omelia, di don Pietro che sottoscrivo. Eccole: «E’ facile, per i ragazzi, identificarsi con questi personaggi che hanno un'influenza negativa sulle loro vite. I giovani sfruttano quei testi per “contestare la vita” e al contempo questi pseudo artisti sfruttano il limbo di sofferenza nel quale i ragazzini di oggi spesso sprofondano. Viviamo in una generazione che contesta l'abbandono da parte dei genitori, la competizione spinta all'esasperazione, i soldi a tutti i costi e a ogni età, con valori, anche i più banali, a volte messi in dubbio dalla mancanza di un'educazione di base. E aggiungerei anche rapporti sociali a intermittenza. Tutto questo comporta una sofferenza interiore che trova sfogo lì, in quella musica. Scritta con parole usate solo per fare soldi. I ragazzini dovrebbero avere il diritto alla spensieratezza, invece spesso questo non accade e per un giovanissimo allo sbando emotivo certe parole possono portarlo sulla strada delle violenze, del bullismo, di un'apertura al mondo della droga e a quanto di peggio possa esserci nella nostra società». Amen.

Articolo scritto da:
g. sca.
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