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Alto Tanaro
2017-09-13
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A giudizio tre ex amministratori della Comunità Montana
Montezemolo, processo per il “buco” allo Sferisterio

Parla la difesa: «Lavori da eseguire per sicurezza, nessuna illegalità»

MONTEZEMOLO - Erano stati spesi un milione 150 mila euro per quello che l’ex sindaco di Montezemolo Secondo Robaldo (in carica dal 2000 al 2012) si era “illuso” che potesse diventare “il più importante centro per ospitare i campionati di pallapugno”, Ora invece c’è solo un enorme buco, i lavori non sono mai terminati. A rispondere dei reati di peculato e abuso d’ufficio sono Gian Carlo Rossi, Gino Ferraris e Giampietro Rubino, rispettivamente ex presidente, il responsabile dell’ufficio tecnico e il segretario dell’allora Comunità Montana Alto Tanaro, Cebano e Monregalese. Nel 2006 crollò un muro alto 20 metri, che venne rimesso in sicurezza. Poco dopo, la ditta appaltatrice “Zoppi” fu soggetta a procedura concorsuale. Per il pm Pier Attilio Stea la cifra di 600 mila euro, stanziata dall’assicurazione a fronte della responsabilità di un progettista, sarebbe stata destinata illegittimamente alla ditta appaltatrice da parte della Comunità Montana per spese non previste nel contratto con cui era avvenuto l’affidamento dei lavori. L’avvocato, che fu incaricato dalla Comunità Montana per una consulenza all’indomani del cedimento del muro, citato come consulente dall’avvocato Roberto Ponzio difensore degli imputati ha chiarito in tribunale che il risarcimento di 600 mila euro non era diretto a compensare opere extracontrattuali ma serviva per coprire le spese dei lavori rimediali secondo l’impegno che la ditta appaltatrice aveva assunto per la ricostruzione del muro”. Nel 2009 fu stipulata la transazione, ritenuta urgente da adottare perché c’era pericolo per le case che si trovavano sul luogo del disastro, girando la somma del risarcimento alla “Zoppi srl”: “In seguito la Zoppi, che all’epoca era una ditta solida, eseguì opere rimediali del valore di 577 mila euro, senza però completare i lavori”, ha continuato il legale. “Quella transazione fu senz’altro vantaggiosa perché permetteva di mettere in sicurezza il sito”. Il presidente della Comunità era diventato l’esecutore di questa transazione mentre il responsabile dell’ufficio tecnico e il segretario non furono coinvolti. Nulla di illegale nella transazione neppure secondo il professor Sergio Foà, ordinario di diritto amministrativo all’Università di Torino, altro consulente della difesa. Motivo: si trattava di opere rimediali, ovvero varianti in sanatoria del contratto e pertanto obbligatorie, dettate anche dall’urgenza di provvedere. Era obbligo della stazione appaltante, la Comunità Montana, di consentirne l’esecuzione per perfezionare l’opera pubblica nell’interesse della comunità. In questo caso, i lavori erano stati affidati alla “Zoppi” con un contratto “di sponsorizzazione” non regolato dalla normativa sui pubblici appalti ma dalla disciplina civilista. Sentenza il 20 dicembre

 

 

 

Articolo scritto da:
M. Br.
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